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Agostino Straulino

Alla vigilia del Duemila l'ammiraglio Agostino Straulino, classe 1914, non può che ricordare in modo felice questo secolo velico da lui interpretato in modo magnifico. Alle soglie del nuovo millennio infatti il "Tino", come lo chiamano affettuosamente da sempre tutti coloro che lo hanno conosciuto e che da lui hanno sicuramente imparato qualcosa, è ancora l'unico italiano ad aver vinto una medaglia d'oro olimpica nella vela oltre vari titoli italiani, europei e mondiali che riempiono il suo cospicuo albo d'oro. Dopo di lui il vuoto? No, sarebbe eccessivo dirlo perché certamente la vela italiana ha avuto ed ha tanti altri bei nomi ma un personaggio così duraturo, così consistente nella memoria sportiva e umana non è facile da trovare. Perché prima ancora che un pluricampione, Straulino è stato un autentico marinaio, un maestro per molte generazioni di italiani.

Nato a Lussinpiccolo, Straulino crebbe non solo in una famiglia di marinai ma in una terra, in un'isola anzi, di grandi marinai. Alla fine del secolo scorso Lussino contava oltre 150 bastimenti a vela che partivano per tutti i mari del mondo. Intorno a questi velieri tutta l'isola si occupava del mare: cantieri, commerci, scuole formarono solide professioni e mentalità. Straulino frequentò fin da bimbo l'istituto nautico locale fondato e guidato per molto tempo da un sacerdote. A cinque anni uno zio gli preparò una barchetta a vela, che aveva il nome di Sogliola con cui Tino imparò a navigare in lungo e in largo nel vasto porto di Lussinpiccolo .

Le secche, gli scogli, i venti mutevoli e l'andar delle onde furono così suo pane quotidiano fin dalla più tenera età. Era un navigare per il piacere di scoprire il mare, come Straulino soleva spesso dire. La regata non era il fine di queste veleggiate anche se a Lussino di regate se ne organizzavano tra i rioni del paese che contava allora cinquemila abitanti. "Era più per giocare" - ha scritto Straulino molti anni fa - "che per vera competizione sportiva. C'era una certa rivalità e competizione tra i rioni ma io non la sentivo molto perché venivo aggregato a qualche rione che non era mio". Lo spirito della competizione venne più tardi. Finito l'istituto nautico a 18 anni, Tino ottenne dal padre uno dei regali più belli che un giovane marinaio possa desiderare: due anni di libertà da passare con una barca tutta sua in giro per i mari dell'Istria e della Dalmazia. Cosa che Straulino fece vagabondando con la passera Lanzarda in compagnia del suo cane. Finiti i giorni della "libertà", Straulino partì militare.

E fu all'Accademia di Livorno che il destino lo orientò verso le regate. "C'era molta rivalità" - racconta Straulino - "tra i cadetti e gli allievi ufficiali di complemento tra i quali ero io". E la rivalità si misurava anche in mare. Un giorno Luigi de Manincor, altro nome rimasto famoso nella vela italiana, chiamò gli allievi. Chiese che si facesse avanti chi voleva fare il timoniere. L'allievo Bruno Veronese, diventato poi Capitano Black e anche lui rimasto famoso nel nostro mondo della vela, si fece avanti sull'attenti. Ma per il prodiere non si mosse nessuno. Così de Manincor guardò i ragazzi, puntò gli occhi su Straulino e lo imbarcò d'ufficio. Durante la regata (vinta dai cadetti) Straulino si tagliò una mano e Veronese, preoccupato per il fatto di dover continuare con un prodiere ferito, gli disse: "prendi tu il timone, che una mano sola basta. Vado io a prua". E nacque così lo Straulino timoniere, comandante e skipper che lui non sognava affatto di diventare.

Nel 1934 si stava mettendo mano anche a una forte squadra da mandare alle Olimpiadi del 1936 a Berlino nelle quali per volere governativo l'Italia avrebbe dovuto fare bella figura. Straulino vi andò ma come riserva della classe Star. Fu una Olimpiade buona per noi perché arrivò la prima medaglia d'oro della vela con l'equipaggio dell'8 metri SI Italia comandato da Giovanni Leone Reggio. Per Straulino si presentarono giorni difficili nella vita. Dovette fare una scelta: se finire la ferma militare e tornare a Lussino o restare in Marina come ufficiale effettivo. Optò per la seconda ipotesi e fu una scelta felice perché gli permise di poter inseguire le competizioni veliche con molta determinazione.

Con l'entrata dell'Italia in guerra, la vela finì presto e Straulino si trovò nei "Gruppi Gamma", unità speciali per le incursioni subacquee. E fu mandato ben presto in azione. Sbarcò da un mercantile a Barcel-lona come clandestino e alla spicciolata con treni e altri mezzi raggiunse Algesiras, un paese spagnolo che si affaccia su Gibilterra. Si nascose con gli altri suoi compagni a villa Carmela, un casale a nord del paese, su una lunga spiaggia. Sulla finestra di un sottotetto appese una gabbia con dei canarini e da dietro la gabbia con un binocolo scrutava Gibilterra con tutti i mercantili nemici che vi arrivavano. Quando avvistavano grosse navi cariche di materiali per la guerra in Africa, lui e gli altri scendevano in spiaggia a notte fonda e scivolavano in acqua cercando di non farsi vedere dai carabinieri spagnoli che pattugliavano il litorale. Con tuta di gomma e un autorespiratore con soli 15 minuti di autonomia e parecchie cariche esplosive attaccate alla cintura raggiungevano a nuoto i bersagli, attaccavano le "cimici" sotto le chiglie e poi si allontanavano in fretta in attesa dell'esplosione. Straulino fu ferito a una gamba dall'elica di una motovedetta inglese che dopo lo scoppio lo aveva avvistato in acqua. Rientrò in Italia e fu mandato in Istria a sminare porti e coste. Dopo l'8 settembre 1943 fu catturato prima dai partigiani jugoslavi poi dai tedeschi ma riuscì a cavarsela rientrando in Italia alla fine della guerra.

Nonostante le distruzioni, l'Italia ricominciò a parlare anche di sport e di vela perché ormai battevano alla porta le Olimpiadi del 1948 a Londra. Qualcuno si ricordò del ragazzo tanto brillante nelle regate anteguerra e lo mise nella squadra italiana ai Giochi velici che si disputarono a Torquay. Straulino andò molto bene, meritava di vincere l'oro ma non lo vinse. Contro gli italiani presenti, gli inglesi si dimostrarono sprezzanti. Tino soffrì molto quando a una sua rimostranza la giuria rispose: "Stia zitto, che voi avete perso la guerra". In regata andò anche peggio perché si accanirono contro di lui con reclami e squalifiche. "Era stata introdotta" - racconta l'Ammiraglio - "una norma per cui chi doveva protestare era tenuto ad alzare la bandiera nazionale e non più un fazzoletto come si faceva prima. Ebbene: l'americano [delle Bahamas] Knowles mi protestò alzando un calzino rosso e uno blu e la protesta fu accolta".

Le squalifiche sono spesso costate a Straulino delle sconfitte dolorose che gli procurarono anche molte critiche. "Ma in regata" - ribatteva Strau-lino - "bisogna conoscere molto bene i regolamenti e sfruttarli anche se questo comporta dei rischi. Gli americani sono bravissimi in questa tattica". Dal medagliere italiano dopo questa Olimpiade del 1948 mancava l'oro di Straulino, un oro che tutti ritennero possibile ma che non arrivò. Arrivò, invece, quattro anni più tardi a Helsinki dove Straulino vinse tre regate su sette e nelle altre quattro arrivò secondo. Fu proprio la costanza dei risultati a fargli vincere l'oro ma già alla prima regata le cose si stavano mettendo male perché fu protestato da un inglese. "Ma i tempi erano cambiati" - racconta Straulino - "e stavolta la giuria non l'accolse. Non ci fu insomma quel clima intimidatorio del 1948 a Torquay". Ecco un piccolo segreto di quell'oro olimpico raccontato anni dopo dallo stesso Straulino: "Per mesi mi ero allenato di notte, un po' perché non avevo tempo di giorno un po' perché la scarsa visibilità acuisce la sensibilità. Far andare bene la barca di bolina quando non si vede nulla è importante perché vuol dire che sono i tuoi sensi a farla andar bene". Il 1952 fu davvero un anno magico, indimenticabile per la coppia Straulino-Rode. Vinsero tutto quello che c'era da vincere. Un mese dopo le Olimpiadi si presentarono a Cascais per i campionati europeo e mondiale. Vinti tutti e due come anche il titolo italiano.

Una serie di successi che va ascritta anche a Nico Rode, prodiere storico di Straulino. Anche Rode era di Lussino e i due si conoscevano da ragazzi. Completamente diversi come carattere e come aspetto fisico. Rode era un ragazzo di 120 chili sorprendentemente agile a bordo della piccola Star. Straulino, sugli 80 chili, aveva, invece, un aspetto più segaligno. Riservato e prudente Straulino ("Lo so, spesso le parole bisogna cavarmele con le tenaglie"), estroverso ed esuberante Rode, che in più aveva la fama del donnaiolo. Affiatati come pochi altri nelle manovre di bordo. Un sodalizio lunghissimo e fruttifero che finì dopo le Olimpiadi di Melbourne nel 1956. E che coincise con la parabola discendente di Straulino. Con molti altri prodieri, anche di classe, non si creò più quel "comune sentire" che spingeva la magica coppia Straulino-Rode a compiere regate entusiasmanti.

I nove titoli europei della classe Star dal 1938 al 1956 furono vinti tutti dai due in coppia. I tre titoli mondiali (1952, 1953 e 1956) furono tutti e tre anche di Nico Rode. Dei dodici titoli italiani, otto furono vinti in coppia con l'amico Rode. Dopo quel "divorzio" la parabola di Straulino apparve a molti in discesa. Un declino del resto inevitabile negli uomini prima ancora che nei campioni. Scemarono le motivazioni ma diminuì anche il tempo da dedicare alla vela a causa degli impegni professionali cui la Marina destinò il suo campione. "Non basta" - racconta l'Ammiraglio - "andare in barca un paio d'ore al giorno. Oltre la forma fisica bisogna raggiungere la conoscenza profonda di tutta la barca e delle sue attrezzature e ciò comporta molta dedizione".

Andarono male anche le Olim-piadi di Roma del 1960 che Straulino "in casa" avrebbe dovuto facilmente vincere secondo tutti i pronostici. Vinse un outsider, il sovietico Timir Pinegin. "Lo   conoscevo da tempo" - racconta Straulino - "anche perché i sovietici da anni mi spiavano e mi filmavano per capire il mio modo di regatare. Sapevo che erano in progresso ma non avevo messo Pinegin tra quelli che in regata bisogna tenere d'occhio".

Dopo Roma Straulino si ritirò. O meglio abdicò dalla classe Star. Anche per un motivo. "Perché" - racconta - "finivo col comprimere le aspirazioni di altri. C'ero sempre io di mezzo in qualche modo e così mi convinsi che era meglio lasciare il campo tutto libero". Passò alla classe 5.5 metri SI nella quale riuscì a inserirsi nella lotta per l'oro olimpico e il titolo mondiale che vinse nel 1965. Ma in questa classe non riuscì forse mai a sentirsi davvero a proprio agio. "Ci vogliono tre persone" - racconta - "e quindi ci vuole più intesa tra tutti e per raggiungere questo affiatamento è necessario molto tempo, una cosa di cui in quegli anni io non disponevo".

Non finirono però le navigazioni del "Marinaio". Partì col Corsaro II per la crociera intorno al mondo e vinse la regata da Honolulu a Kauai. Ebbe il comando della Vespucci e anche con quel veliero non rinunciò a regatare. "Un giorno nel mar Baltico incrociammo la nave scuola tedesca Gorch Fock che ci virò di poppa per poi riprenderci e superarci. Ordinai il posto generale di manovra alle vele, aumentammo subito la velocità e la Gorch rinunciò ben presto".

Si parlò di Straulino negli anni Sessanta come lo skipper di una sfida italiana alla Coppa America. Ma non se ne fece nulla perché gli americani cambiarono il regolamento della coppa e le difficoltà tecniche per un paese emergente come il nostro diventarono insormontabili. Strau-lino uscì di scena ma vi ritornò prepotentemente quando insieme a Marina Spaccarelli Bulgari si dedicò all'avventura della One Ton Cup che per noi italiani a quell'epoca aveva ancora più fascino della Coppa America. Straulino la vinse nel 1973 a Porto Cervo e così grazie a lui quel trofeo approdò in Italia.

( Carlo Marincovich )