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Beppe Croce, una vita per la vela

Lo vedevamo partire spesso. Andava a Londra, negli Stati Uniti, in Scandinavia, in Asia, per partecipare a riunioni o per assistere a regate o per presiedere giurie in ogni parte del mondo. Lo vedevamo partire spesso, e ci dispiaceva, perché la sua presenza, quando c'era, si avvertiva subito nei saloni del club. Quando però tornava, aveva tante cose da raccontare. "C'è il presidente", avvertiva Benito, il maestro di casa, in italiano o in genovese a seconda dell'interlocutore. Le giornate in cui c'era il presidente erano molto più divertenti.

Beppe amava raccontare. In piedi al bar, con un bicchiere di whisky in mano (beveva whisky allungato con acqua, non beveva mai vino), oppure seduto a capotavola nelle colazioni del mercoledì, raccontava con la bella voce chiara e sonora, e con gusto, gli episodi dei suoi viaggi, i personaggi che aveva incontrato, le contese che aveva appianato, le gare cui aveva assistito, con particolare attenzione per il lato buffo; parlava spesso con ironia, mai con sarcasmo o malanimo. Se gli era capitato davanti, in qualche parte del mondo, un tycoon come Bich, era una festa. Ce lo descriveva così bene che, alla fine, avevamo l'impressione di conoscerlo anche noi: le sue giacche bianche, i suoi guanti, la telefonata a Parigi per ordinare i bottoni neri per il blazer simili ai nostri, l'inchino davanti alla giuria della Coppa America, col berretto in mano; e la innocente domanda di Umberta, che gli chiedeva se non discendesse per caso da una famiglia di guide alpine... Era un divertimento; ma non c'era malizia. Bich, a Beppe, era molto simpatico.

Beppe amava raccontare perché amava la vita, e prendeva parte a ogni evento con l'immediatezza, con la golosità di un giovane; era un uomo vitale, estroverso, che trovava tutto interessante, con una gran voglia di conoscere gente, di assistere agli avvenimenti, di partecipare in prima fila alla Commedia umana. È per questo che era piacevole averlo tra noi, nei saloni che, senza di lui, sembravano pomposi e deserti, come certe ville di altri tempi. Diffondeva buon umore e joie de vivre, con le sue battute e coi suoi aneddoti. Si divertiva, con signorile distacco, anche delle cose meno divertenti. Afflitto da una bronchite insistente, colto da qualche preoccupazione, era andato a farsi vedere in una clinica svizzera; gli avevano detto, con la disinvoltura di certi specialisti, che l'ipotesi del cancro non poteva essere esclusa, e che gli avrebbero gentilmente comunicato il verdetto tre settimane più tardi.

Tornato fra noi da quel viaggio diverso dagli altri, e meno piacevole degli altri, raccontava l'episodio, all'inizio delle tre settimane, che per un altro sarebbero state infernali, con tranquillo umorismo, come se fosse stato uno spassoso esempio della bizzarria degli svizzeri.  

Amava la vita anche perché era, senza dubbio, un uomo fortunato. Era nato nel 1914 in una grande famiglia della borghesia genovese; i nonni erano uomini di successo negli affari, in possesso di considerevoli beni di fortuna, interessati alla politica, alla cultura e allo sport, amici di uomini famosi nell'Italia prebellica. Un nonno, Emilio Borzino, fu presidente del partito liberale fino al 1927; la sua casa era frequentata, ricordava Beppe, da Benedetto Croce, da Luigi Einaudi, da Marcello Soleri, dal generale Caviglia. L'altro nonno, Beppe come lui, aveva fondato la federazione del tennis, di cui fu il primo presidente, e fece giocare una volta la Coppa Davis nei giardini di casa, a Nervi, dove aveva allestito campi erbosi.

Il padre, ufficiale dell'esercito, morì nel 1918, avendo contratto la febbre spagnola nell'ospedale di Trieste, nel quale prestava servizio. Beppe aveva quattro anni; e fu allevato dal nonno, che aveva per lui uno sconfinato affetto. All'età di nove anni, essendo stato promosso, presumibilmente, in quinta elementare, ricevette il dono fatale, che avrebbe segnato la sua esistenza: un dinghy dodici piedi. Beppe cominciò allora la carriera velica; imparò a veleggiare, partecipò alle prime regate, si innamorò del mare. Praticò anche altri sport; giocava a tennis, e al calcio; metteva gli sci; nuotava. Ma soprattutto gli piaceva andare a vela.

La vela era destinata ad assumere una parte preponderante nella sua vita; non però esclusiva. Sano, di bell'aspetto, intelligente, ambizioso, dotato di mezzi finanziari, voleva trarre il meglio dell'esistenza; ma il suo modello era quello di un gentiluomo che, per vivere nel migliore dei modi, credeva nel concetto di servizio, che poteva implicare sacrificio e rischio; potremmo dire di un gentiluomo all'antica, di stampo tradizionale. Un giorno, un giornalista gli chiese di punto in bianco: "Si reputa nazionalista?" e lui, senza rilevare l'improprietà del termine, non esitò a rispondere: "Sì, certamente. Mio padre è caduto in guerra e io stesso ho fatto fino in fondo il mio dovere nella seconda guerra mondiale. Resto affezionato a certi valori, fra i quali il nazionalismo, l'onestà, la rettitudine, la lealtà...".

Fece la guerra, e dopo l'armistizio del 1943 combatté i tedeschi, da partigiano liberale, fedele al re, secondo le tradizioni di famiglia. Certamente si appassionò, in quei mesi, ai problemi della vita pubblica, e forse pensò di seguire l'esempio del nonno Borzino, che aveva interessi politici, e aveva guidato, come si è detto, il partito liberale. L'entusiasmo politico durò per qualche tempo dopo la fine del conflitto; Nino Cavassa, figlio di un altro grande liberale, Umberto Vittorio, che per molti anni diresse il Secolo XIX, conserva di Beppe, quale era in quei giorni, un ricordo suggestivo.

"La prima volta che incontrai Beppe Croce - scrive Nino Cavassa - fu nella primavera del '45 nella redazione del giornale nato negli ultimi giorni di quell'aprile. '... Scià vedde quello là...' mi disse il vecchio fattorino che funzionava anche da portiere, indicando un giovane, elegante uomo sulla trentina, capelli neri, viso aperto e intelligente '... l'è quello co ne finanzia...'. Non era proprio così. I soldi ce li metteva il nonno, Emilio Borzino, un democratico di antico stampo. "I miei - dirà Croce molti anni dopo, ricordando quel tempo - erano come i finocchietti dell'asino...". Il giovane Croce veniva a trovarci spessissimo, quasi ogni sera, e noi giovanissimi attendevamo quel signore fascinoso, la cui confidenza ci faceva sentire importanti. Egli era stato uno dei membri più influenti e attivi dell'Organizzazione Franchi, un gruppo clandestino assurto alla leggenda per le imprese compiute, sicché all'alone di ricchezza, di stile, di educazione che circondava il personaggio, si aggiungeva una giusta dose di mistero...".

Beppe si interessava allora alla politica, voleva sapere le notizie prima degli altri, e con un gruppo di amici faceva ogni notte il giro delle redazioni genovesi; forse aveva anche, già allora, quella riluttanza a ritirarsi e ad andare a dormire di buon'ora, che ben conoscevano i suoi amici di tutti i tempi. Gli uomini sono o notturni o mattinieri, e Beppe era notturno. Suo compagno assiduo, ricorda ancora Cavassa, era Augusto Garolla, che scriveva corsivi taglienti con lo pseudonimo di Agar. Chi sa: se uomini come Beppe avessero continuato a occuparsi di politica, e se fossero riusciti a tenere posizioni di rilievo, oggi l'Italia sarebbe probabilmente un paese diverso. Ma Beppe si stancò. Per sua incostanza? O perché nella nuova repubblica non c'era posto per chi discendeva così chiaramente dall'Italia prefascista? L'unica carica politica che egli occupò per qualche tempo fu di presidente dell'Ente Provinciale del Turismo. La sua vita seguì un'altra strada.

Gli si presentò, dopo quella della guerra, una scadenza gravosa, qualche anno più tardi, alla morte del nonno Croce, quello che gli ave-va regalato il dinghy. Discendente da una famiglia di proprietari di terre, e produttori di olio, Beppe senior aveva fondato nel 1910 una società di assicurazione, il Lloyd Italico, che aveva ampliato nel 1930, acquistandone un'altra, L'Ancora; il gruppo così formato era fra i più importanti in Italia. Il primo Beppe Croce fu un assicuratore di successo. Verso il nipote, lo abbiamo già detto, sentiva un grande affetto, e lo spingeva piuttosto a divertirsi che non a sgobbare in ufficio. Ma dopo la sua morte, nel 1950, si poneva, inesorabile, il problema della successione.

Beppe Croce non aveva un particolare interesse per le assicurazioni. Gli affari in genere suscitavano in lui scarso entusiasmo. Di solito, gli affari della finanza esaltano coloro che amano il denaro: chi li conclude è tutto contento quando consegue un cospicuo guadagno. A Beppe il denaro, come fine a se stesso, era indifferente. "Non ho mai avuto - disse una volta a un giornalista - un grande complesso di fronte ai soldi". Un'altra volta raccontò di avere incontrato un nostro tycoon, nuovo ricco, quindi portato all'ostentazione: "All'inizio del colloquio si preoccupava di fare colpo su di me, lasciandomi capire quanto fossero rilevanti i suoi mezzi. Quando poi ha visto che non ero un concorrente, ha cambiato registro". Certo, a Beppe piaceva ciò che si può acquistare col denaro; ma ne aveva a sufficienza per soddisfare le proprie esigenze. La fatica necessaria per accumulare di più gli sembrava sprecata.

Non poteva però sottrarsi al compito di tenere in vita la società che il nonno aveva fondato e gestito con successo: era una questione di stile; l'uomo di stile non può sfuggire a certe incombenze, anche se sono moleste. Beppe si dedicò dunque, per gran parte della propria esistenza, all'attività di assicuratore; senza trasporto, per senso del dovere, forse anche perché era stato allevato a una scuola secondo cui un uomo per bene lavora, e chi non lavora non è del tutto per bene. Fu poi ben contento quando, ormai avanzato in età, vendette la società al gruppo finanziario gestito dal genero. Gli amici ricordano che i momenti di maggior cruccio, quelli, per fortuna rari, in cui il suo volto era segnato da un senso di oppressione, furono dovuti alla vita degli affari. Ricordano anche di avere visto molto spesso la sua scrivania, nell'ufficio di piazza Corvetto, ingombra di riviste della vela. Da parte nostra, come lo capivamo!

Croce era risoluto a vivere in modo pieno, il più possibile con eleganza e con stile, ispirandosi a un modello che aveva ereditato dalla famiglia e dall'ambiente in cui era cresciuto, senza bizzarrie e senza improvvisazioni di carattere personale; era risoluto a vivere secondo le regole del gioco; ma si era accorto, fin da quando aveva ricevuto quel dinghy lucente, che era bello giocare all'aperto, in mezzo al mare, piuttosto che negli uffici dove si parla di affari, di denaro, di pratiche complicate e noiose. Amava la natura. Un giorno mi disse: "Ieri sono andato sul boston whaler lungo le rocce di Portofino, alla Olivetta, al faro; c'era l'acqua azzurra, limpida; l'aria appena appena fresca; il profumo di sale; era così bello che veniva voglia di gridare".

Non era un uomo contemplativo; gli veniva voglia di gridare per dare sfogo alla sua vitalità e alla sua esuberanza. E la sfogava nell'agonismo. L'andare a vela significava, per lui, fare regate, o allenarsi per le regate, e niente altro. I vagabondaggi per mare, in crociera, non lo attiravano. Di ritorno da una vacanza, gli parlavo delle belle isole che avevo visitato, e lui mi stava a sentire con gentile attenzione, ma un giorno mi disse: "A me le isole hanno sempre interessato solo se avevo la possibilità di arrivarci per primo". Vitale, esuberante, voleva primeggiare, e l'agonismo lo appagava. Quando gli chiesero quali fossero stati i momenti migliori della sua vita, rispose: "I successi agonistici. Sono le uniche cose che ti rendono veramente felice".

Vinse molte volte; la prima, nel 1939, nel Campionato Italiano Universitario, su una star, l'imbarcazione agile ed elegante che dal 1933 era arrivata anche in Italia; l'ultima, nel 1969, quando diventò campione italiano nei 5,50 Serie Internazionale, sul Lago di Garda; lo stesso lago dove cinque anni prima aveva vinto la Centomiglia, in condizioni che rimasero famose, perché erano partite cinquanta barche, e ne erano arrivate tre. Una regata terribile, insomma; ma Beppe la ricordava in altro modo: "Una regata stupenda, per noi che la vincemmo; con una burrasca notturna piena di vento e di fulmini...". Erano arrivati intirizziti, esausti, col solo fiocco a riva; ma in un paesaggio affascinante alle prime luci dell'alba, felici perché erano primi.

Aveva cominciato a gareggiare quando le regate erano, per quanto accese, occasioni di incontri fra amici, che cercavano di tenere un comportamento da gentiluomini: meno efficienza, senza dubbio, rispetto alle regate odierne, e maggiore attenzione al fair play.

Attraverso gli anni, pure rimanendo alla ribalta di un mondo sportivo che cambiava rapidamente, Croce si mantenne fedele alla mentalità che prevaleva negli anni della sua gioventù.

Ecco i consigli che, in data abbastanza recente, dava ai giovani: "Puntate alla vittoria, che è il fine di ogni competizione. Ma rifiutate la vittoria se, per conseguirla, dovete venir meno alle regole della lealtà". Diceva anche che la vela, intesa come aveva imparato a intenderla in altri tempi, dava "le cose che non si possono comperare col denaro: lealtà, amicizia, salute, gioia di vivere". In queste parole era racchiuso il suo modello di vita.

Giunto alla maturità, fece una volta il bilancio, in modo scherzoso della sua attività di sportivo: "Volevo vincere le Olimpiadi, e sono arrivato solo ottavo. Volevo conquistare la Coppa d'Oro dei Sei Metri, e non ce l'ho fatta: ho rotto il timone a pochi metri dall'arrivo. Infine, volevo essere, come si dice connected?, far parte, insomma, dei vertici delle organizzazioni della vela internazionali". Questo obiettivo, lo raggiunse oltre ogni speranza. La carriera di Croce, come organizzatore sportivo, è stata la più lunga e la più brillante, negli annali dello sport italiano; a cominciare da quando, nel 1939, l'ammiraglio Lodolo, vicepresidente dello Yacht Club Italiano, lo volle accanto a sé con la carica di segretario generale del Club.

Proprio nell'ambito del Club, di cui diventò vicepresidente nel 1943, e presidente nel 1958, inventò una regata famosa, la Giraglia. Pare che l'abbia inventata, con l'amico René Levainville, in un bistrot di Parigi, "tra whisky e ballerine - scrive Paolo Bertoldi - secondo l'oleografia sportiva, un po' come la fondazione della Juventus con il gruppo degli studenti del d'Azeglio seduti sulla panchina di corso Re Umberto a Torino". Levainville, ricordava Croce discorrendo appunto con Bertoldi, "era proprietario della Maison Turmer, catena di negozi di abbigliamento. Viveva in Bretagna e amava il Mediterraneo. Si è adoperato per unificare lo yachting francese della Manica con quello mediterraneo. Avevamo cominciato a scriverci subito dopo la guerra nel '46-'47. Era un amico, lui presidente dell'Union Nationale des Croiseurs, io, allora, segretario dello Yacht Club Italiano".

L'incontro fra i due amici a Parigi avvenne nel dicembre del 1952. Prima di pensare all'isoletta al nord della Corsica, riferisce ancora Bertoldi, "i due avevano puntato sulle Baleari, sul giro della Corsica. Nessuna località rispondeva ai requisiti essenziali: regate sulle duecento miglia, punto fisso circa a metà percorso, in modo che la corsa potesse partire un anno dalla Francia e la stagione successiva dall'Italia. Croce e Levainville scoprirono un punticino quasi invisibile sulla carta nautica della Corsica e in piena notte svegliarono un ufficiale della Marina francese per sapere se la Giraglia andava bene. Andava".

Fra coloro che più avevano contribuito all'affermazione della Giraglia, Beppe Croce citava Pier Francesco Gavagnin, attuale direttore di Portosole a Sanremo: "Grande lavoratore. Posso dire di averlo sfruttato". Ricordava le barche sulle quali si correvano le prime Giraglie: "Barche di legno, vele pesanti di cotone. Del nylon si parlava appena. Scafi di stile crociera. Sull'Orion, un Camper & Nichol-son dello spagnolo Bertrand, era sistemato anche un piano a coda. La figlia dell'armatore, se non sbaglio, lo suonava durante le piatte".

E proseguiva: "La Giraglia ha creato una mentalità. Non solo noi liguri, ma quelli dell'interno, piemontesi e lombardi, hanno imparato a dire 'ci vediamo in Giraglia', 'sono stato in Giraglia'. Questa corsa ha lanciato in Mediterraneo il moderno yachting d'alto mare, un po' come in altra zona e tanti anni prima ha fatto il Fastnet. Nel 1925 i saggi del Royal Yacht Squadron osservavano col canocchiale 'questi strani zingari che andavano a girare un faro sulla costa meridionale dell'Irlanda'. Poi la gara inglese è diventata quella che è. La Giraglia è entrata nella storia per motivi analoghi". Croce ha girato la Giraglia undici volte; arrivando primo due volte, col Miran-da e col Pazienza (nel 1966 vinse Stella Polare, della Marina militare; al timone c'era Gigi, giovane guardiamarina, figlio di Beppe).

La carriera organizzativa è soprattutto importante per quello che Beppe Croce ha fatto nella Federazione Italiana Vela, e in quella internazionale, l'International Yacht Racing Union. Nel 1953 fu eletto vicepresidente della FIV; nel 1957 ne assunse la presidenza, mantenendola fino al 1981, quando decise di ritirarsi. Era giudicato da qualcuno un presidente all'antica, favorevole alla vela di élite, quella che si faceva un tempo, e che lui stesso definiva "con le flanelle bianche". Ma la critica era dovuta a un equivoco.

È vero: Croce è stato uno sportivo all'antica, un vero dilettante, uno yachtsman piuttosto che un velista; un organizzatore, tanto per intenderci, che non chiedeva il rimborso delle spese per i suoi viaggi di servizio, anche se andava a Hong Kong o a San Francisco. Ma egli ha dato un contributo decisivo alla popolarità della vela in Italia. Gli iscritti alla FIV sono passati, dai tremila dell'inizio, a oltre quarantamila; le scuole di vela, da una mezza dozzina a duecentocinquanta.

E poi c'è l'organizzazione di innumerevoli manifestazioni. L'evento più importante, al quale ha legato il suo nome, è l'Olimpiade del 1960 a Napoli: Croce era presidente del Comitato olimpico, e Carlo Rolandi, suo successore alla presidenza della FIV, ha affermato che quelle regate "segnarono per molti anni le successive Olimpiadi, per la scelta dei percorsi, per la fantasia di molti dettagli organizzativi, per la lezione e la cordialità di un'Olim-piade ancora a livello umano".

Quando, nel 1981, diede le dimissioni ("un dirigente - spiegò - deve prendere parte attiva allo sport che dirige, essere veramente dentro. Quando non ce la fa più, deve ritirarsi in buon ordine"), la Gazzetta dello Sport scrisse: "Era l'interprete di un olimpismo puro, nobile, incontaminato da ogni tentazione... Lo sport, Croce non l'ha mai concepito come strumento di ascesa sociale o di popolarità. L'ha fatto, fin da bambino. E facendolo, se n'è innamorato. Da uomo schivo e concreto. Croce ha sempre concesso poco ai lustrini e agli orpelli, badando invece con silenziosa tenacia alla sostanza della sua missione... Ha fatto conoscere il mare ai nostri ragazzi. Le migliaia di velette dei minuscoli optimist, che ogni estate punteggiano i litorali d'Italia, sono per Croce il saluto più schietto e più incoraggiante".

Nel comitato permanente dell'IYRU era stato eletto nel 1955. In seguito un francese, Jean Peytel, lo aveva indicato quale suo successore per rappresentare in seno all'IYRU il Mediterraneo; e Peter Scott, il presidente, lo aveva indicato a sua volta come la persona più adatta a succedergli quando aveva deciso di ritirarsi.

Così Croce si era trovato, nel 1969, al vertice della vela internazionale: unico non inglese a presiedere la International Yacht Racing Union, e destinato a diventare il presidente di più lunga durata.

Da allora, Croce fu solito partire a regolari intervalli per Londra; si insediava al Claridge's, e presiedeva interminabili riunioni su tutti i problemi della vela, la creazione di nuove classi, il tramonto di altre, la pubblicità e la sponsorizzazione, i confini labili tra dilettantismo e professionismo, la mediazione fra le richieste e gli interessi di americani, inglesi, russi o scandinavi, le pressioni dei costruttori... Riunioni faticose; ma a Beppe piaceva l'atmosfera in cui si svolgevano, la familiarità signorile di stampo anglosassone, in cui si sentiva a suo agio.

Gli inglesi lo consideravano uno dei loro, per la mentalità e per il modo di fare. "Una volta - ricordava - a una riunione internazionale mi è stato chiesto se ero italiano; alla mia risposta affermativa mi sono sentito dire: 'Non mi sembra affatto un italiano, lei parla poco, lavora molto e ha un notevole fair play'. Era un complimento verso di me, non verso il mio paese. Aver contribuito a sfatare l'immagine folcloristica dell'italiano all'estero mi ha fatto piacere". Forse, se avesse risposto che era genovese...

Ha seguito l'evoluzione dei tempi, assecondandola, ma anche frenando, per quanto gli era possibile, gli eccessi; e mantenendo di fronte al nuovo qualche riserva mentale. "Oggi le squadre azzurre alle Olimpiadi - osservava - hanno il medico, lo psicologo, il dietologo, il meteorologo, lo specialista delle correnti. I concorrenti vengono addestrati e allenati come i calciatori". Lui stesso procurava tutta quella gente ai nostri concorrenti, il medico, lo psicologo, e così via. Poi veniva, come un poscritto, la critica sommessa: "I robot si fabbricano così. Io sono d'accordo con Marcel Bich: quando gli hanno detto che c'erano state incertezze fra gli uomini che componevano l'equipaggio della sua barca, aveva detto: 'Undici americani fanno un team; undici francesi sono uomini che pensano con la loro testa'."

Era anche interessante il suo giudizio su una nuova moda, le regate intorno al mondo: "Le grandi regate sono fascinose. Comunque, sono un ottimo veicolo promozionale per la vela. Per questo credo che sia doveroso aiutarle". Quel "comunque", che veniva all'improvviso dopo un'obiezione non manifestata, quell'aiuto "doveroso" che non denotava entusiasmo, tradivano lo stato d'animo. Del resto diceva: "Tutto sommato sono favorevole, anche se queste regate creano praticamente degli spostati". Lo diceva a Paola Pozzolini, che aveva partecipato a regate intorno al mondo, e aveva sposato un ragazzo che continuava a parteciparvi con successo. Paola era trasalita: "Come, degli spostati?" "Ma sì, - aveva insistito Beppe - Guardi tutti questi santoni della vela oceanica. Sono persone che non riescono a inserirsi, a adeguarsi alle norme della civile convivenza".

Lo lasciavano perplesso gli exploits dei Moitessier e degli altri protagonisti della vela folle, con la barba lunga, i capelli sciolti sulle spalle, le camicie sdrucite.

A lui piacevano le regate che si svolgevano "secondo le norme della civile convivenza", e anzi di una convivenza raffinata ed elegante: regate seguite da un cocktail e da un pranzo, fra uomini con i blazer e le cravatte dei clubs, fra belle signore e discorsi spiritosi. Come a Newport, alla Coppa America, che era per Croce l'apice dello sport, il suo momento più magico.

Sappiamo che già nel 1962 aveva sperato in una partecipazione italiana. L'idea era partita da Gianni Agnelli, che voleva lanciare la Millecento negli Stati Uniti. Agnelli chiese a Croce se l'impresa gli sembrava possibile. Croce rispose, con prudenza, che si poteva tentare. Erano andati negli Stati Uniti, con un progettista che Croce stimava molto, Carcano; avevano incontrato John Kennedy e Jacqueline durante le regate della Coppa; avevano partecipato a colazioni intime col Presidente degli Stati Uniti, buon amico di Agnelli. C'erano stati momenti divertenti e momenti interessanti; si trovano fra le vecchie carte di Beppe bigliettini di Jacqueline, Dear Beppe, domani andiamo sul cacciatorpediniere, c'è anche Vanderbilt, forse ti farà piacere venire...

E quando Carcano aveva manifestato il desiderio di vedere i disegni di un Dodici Metri americano, Kennedy aveva subito telefonato a Phil Rhodes, il progettista, che al presidente non aveva osato dir di no, ma poi aveva mandato agli amici italiani di Kennedy i disegni della barca prima delle modifiche, cioè vecchi di un anno. Però per l'Italia, allora, non ci fu niente da fare. Si accettava soltanto una sfida per volta, e vi erano prenotazioni per nove o dodici anni. La Millecento di Agnelli non poteva aspettare.

La nostra sfida è venuta vent'anni più tardi. Croce ha svolto una parte essenziale nella preparazione di Azzurra: è stato un animatore e un mediatore. Poi ha avuto grandi problemi, quale presidente dell'IYRU, per la controversia sulle pinne della barca australiana; problemi che lo ossessionavano, e in quei giorni non parlava d'altro.

Gli americani, quando si erano accorti che la barca australiana era più veloce, avevano chiesto l'appoggio dell'IYRU, quindi del caro Beppe, per metterla fuori legge. Beppe aveva tanta simpatia per gli amici del New York Yacht Club, che conosceva da sempre, che riceveva nella sua casa di Portofino; ma le regole sono le regole, e in questo caso davano torto all'America. Beppe non poteva esitare.

Fin dal primo momento l'inglese Tony Watts, lo stazzatore del-l'IYRU, gli aveva detto: "Sta' tranquillo, le pinne sono legali". Watts non poteva spiegare neanche al suo presidente perché lo fossero; era tenuto al segreto professionale a non rivelargli che già un anno prima, sotto il suggello (ammesso dal regolamento) della confidenzialità, un progettista inglese aveva chiesto allo stazzatore dell'IYRU il parere su un progetto di pinna (poi non attuato sulla barca britannica) e lo stazzatore gli aveva dato un parere positivo. Croce non lo sapeva, ma si fidava di Watts. Se Watts diceva, "le pinne vanno bene", Croce era sicuro che le pinne andassero bene. La fiducia negli amici non era sempre stata una sua regola di vita?

Le cose andarono poi bene per gli italiani, alla loro prima apparizione sulla scena della Coppa America; benissimo per gli australiani, che se la portarono via. Croce era pieno di ammirazione per i vincitori, che avevano saputo innovare, mentre gli americani avevano commesso l'errore di credere che i Dodici Metri non fossero più suscettibili di miglioramenti. Ma gli dispiaceva di dare un addio a Newport.

  "Newport era elettrica, l'atmosfera straordinaria, la tensione esasperata - disse poi. - Per un amante della vela agonistica, come me, il fatto che abbia vinto l'uno o l'altro viene dopo; la prima forte impressione è quella di un duello magnifico, leale, da antologia". Quindi, l'ammissione: "Io amavo Newport, il suo mondo, la sua tradizione, la sua leggenda, l'ambiente della Coppa. Ho paura che, cominciando a girare il mondo, la Coppa perda un po' del suo fascino".

Tornato in Italia, Croce fu invitato in mille luoghi diversi a parlare della Coppa America. Vediamo i suoi appunti per una relazione a un Rotary, a Torino, il 21 febbraio 1984. Sono interessanti anche perché rivelano il suo metodo di preparazione per un intervento pubblico. Ecco, scritto a mano, su un foglio di quaderno a quadretti:

Ringraziamento, lieto di parlare della C.d'A. proprio qui a Torino, dove...

- E veniamo al nostro tema, splendido e drammatico, e anche triste, come è triste, sempre, la fine di un mito.

- Alle 5 della sera, il 26 Settembre, l'ultimo Everest... dello sport è stato conquistato.
- Fine di un'epoca, dopo 132 anni...
- Linguaggio criptico.
- Non facciamo cronache, tutto è stato detto e scritto...
- Effetto Azzurra, proliferazione di libri pubblicati, "la scoperta di uno sport" e la popolarità. Tutto ciò assicura uno splendido futuro alla Coppa, anche se a Perth sarà tutto diverso, non ci sarà il profumo di Newport.

Tema splendido e drammatico; e anche triste...; fine di un'epoca, fine di un mito...: Croce sentiva allontanarsi un'era che gli aveva procurato tante gioie, e gli era congeniale; e viveva anche il tramonto della propria esistenza. Un'esistenza ricca e armoniosa, non solo per quello che aveva fatto nella vita pubblica e nello sport, ma per la famiglia, per gli amici che gli erano stati vicini in tante circostanze diverse. Aveva sposato nel 1940 una donna di qualità non comuni, Umberta Raggio, proveniente da una famiglia di grandi uomini d'affari e di armatori: i Raggio del Castello di Cornigliano, quando a Cornigliano non c'erano ancora né le acciaierie né l'aeroporto, e quella costruzione insolita sorgeva in riva al mare, sugli scogli, fra spiaggette bagnate da un'acqua cristallina. Se chiedete a Umberta quando incontrò Beppe per la prima volta, non lo ricorda: ha l'impressione di averlo conosciuto sempre; lo vedeva sui campi di tennis, nei pranzi al castello, in casa sua e in casa di amici (però respinge l'ipotesi che fossero bambini insieme, l'immagine leziosa dell'infanzia in comune, da album di famiglia, la infastidisce). C'è anche la leggenda secondo la quale lui sorvolava il castello Raggio con un piccolo aereo da turismo per fare colpo su di lei; senza riuscirvi, a quanto sembra, perché lei non lo ricorda.

Erano adatti l'uno all'altra, per la mentalità, per la capacità di comunicazione, per la vitalità, per lo charme. Umberta è abituata a stare fra la gente fin da quando era ragazza, sua madre riceveva di continuo e aveva la casa sempre piena di ospiti; sa essere gentile e schietta allo stesso tempo, vivace e imprevedibile. Una sera, a casa sua, assisteva a una partita di backgammon fra re Costantino e la regina Anna; a un certo punto una qualche mossa del re non la convinse, e si mise a rimproverare il re: "You cheat, you cheat...". Si può dire a un re che imbroglia? Umberta può.

Dal matrimonio sono nati tre figli, Manuela, Gigi, Carlo; Manuela ha sposato Carlo Bonomi, col quale Beppe aveva stabilito un rapporto, oltre che di parentela, di amicizia, al punto da partecipare, lui gran sacerdote della vela, a regate sui motoscafi offshore ("la vela - disse - è l'amore. Le gare offshore a bordo di Cigarette mi hanno rivelato l'amante ideale"); raccontava quanto diverso appare il mondo quando si naviga a quella velocità che, a un velista, sembra folle, i promontori sfilano via uno dopo l'altro, mentre chi veleggia è abituato a vederseli davanti per ore, e li contempla da tutte le prospettive, che cambiano piano piano, un poco alla volta.

La famiglia intorno a lui, affettuosa; la sontuosa casa a Genova, un palazzo in corso Solferino, bei saloni e una biblioteca stupenda; una casa altrettanto bella a Portofino, sul mare; viaggi frequenti, incontri con amici deliziosi sparsi per il mondo; rapporti con il clan di Azzurra, grazie all'amicizia con Agnelli (che capitava di primo mattino su Capricia sotto le sue finestre di Portofino), con l'Aga Khan e, finché c'era, con Cino Ricci (Ricci, Vallicelli vedevano in lui l'uomo essenziale nel gruppo, il capo carismatico); e rapporti con il clan di Italia, per via dello Yacht Club Italiano: la vita di Beppe fu piena, movimentata, divertente e impegnativa fino all'ultimo giorno; e sempre piacevole.

Nei momenti di sosta, i libri: leggeva moltissimo, con voracità e con discernimento. Aveva dedicato grande attenzione a un periodo storico particolare, quello di Napoleone III (lo affascinava quel mondo "fasullo e frivolo, rotocalco ante litteram"); e poi amava le biografie, i diari, tutto ciò che gli permetteva di penetrare con la fantasia in periodi e in ambienti diversi, magari in ambienti in cui gli sarebbe piaciuto vivere... L'ultimo libro di cui mi parlò con entusiasmo fu The Fringes of Power, il diario scritto da John Colville, che all'età di venticinque anni era diventato segretario particolare di Winston Churchill a Downing Street durante la guerra: un giovanotto di buona famiglia, di sani principi, amante del buon vivere ma capace di abnegazione e di sacrifici, ufficiale volontario nella RAF, che per alcuni anni era stato vicino al grande uomo di Stato; Churchill si era abituato a lui, sentiva affetto e lo trattava come un figlio. "Mi è dispiaciuto arrivare alla fine del libro - mi disse Beppe. - È come separarsi da un amico". Se fosse stato inglese, Beppe avrebbe somigliato a Colville, e forse si sarebbe trovato in una situazione non molto diversa.

Anche negli ultimi anni era sempre in mezzo a qualche battaglia, ma vedeva il mondo con la maturità e col distacco di un uomo saggio. Del passato ricordava i momenti belli: "Forse è vero - disse - che i veri paradisi sono i paradisi perduti, ed è anche vero che, nella memoria, i ricordi lontani ci sembrano sempre i più belli, perché si dimenticano le fatiche, i disagi, i pericoli, e soltanto la gioia del successo viene ad accendere il piccolo, spesso addormentato memorizzatore che alberga sempre nel cuore dell'uomo". Disse anche: "Io sono un vecchio innamorato, e gli amori senili sono spesso i più tenaci, perché forse costituiscono un revival; sono la ricerca del tempo perduto. Che dire di più? I grandi amori sono muti". (A chi gli chiedeva quali fossero stati i suoi dolori, le sue amarezze, rispose: "Il tempo serve a cancellarli...").

  "Sono un vecchio innamorato": di che cosa? Della vela, senza dubbio; ma soprattutto della vita, che ha vissuto con slancio, e con stile, fino all'ultimo giorno. Malato, manteneva l'ironia, il distacco, la serenità su tutto, anche sulla sua malattia; e quattro giorni prima di morire telefonava al camiciaio, per chiedergli di aspettare a tagliare la camicia per lo smoking, perché era ancora dimagrito... Si è presentato all'appuntamento finale con la serenità del gentiluomo. ( Piero Ottone da Bollettino dello Yacht Club Italiano, novembre-dicembre 1986 )